martedì 14 maggio 2019

Intervista Nonna di Mattia


Buongiorno ragazzi…mi voglio presentare.                                                                          Io sono la nonna di Mattia e tutto avrei immaginato, tranne che di comparire in questo scritto come un “UNA DONNA FAMOSA”.
Quando Mattia mi ha detto che ci sarebbe stata un compito su un personaggio famoso, la mia mente è andata subito alla ricerca di scienziati, poeti, premi nobel per la pace, condottieri, narratori, pittori, scultori...testimoni autentici che hanno incarnato con la loro vita e con le loro azioni, l’ ideale di dignità, fierezza e libertà.
E così, eccomi a raccontare un pezzo di storia vissuto integralmente.
Mi chiamo Annamaria. Sono nata ad agosto del 1947, in un piccolo ma grazioso paese delle colline laziali.  La mia mamma ha rischiato di morire nel mettermi al mondo (allora si partoriva in casa e i rischi erano molto alti).  Lei, di estrazione medio- borghese, vissuta nel modenese, con un’alta formazione culturale, sposa giovanissima, a vent’anni, con quello che sarà il mio papà. Giovane, di qualche anno più di lei, appena laureato e al suo primo lavoro. Uomo onesto e molto legato alla sua famiglia, per la quale ha affrontato molti sacrifici. Staranno insieme tutta la vita. Una vita fatta di gioie e di sofferenze. Insieme affrontano privazioni, malattie, rischi dovuti alle vicende belliche (II guerra. Hanno una grande forza che li unisce: la fede e l’attenzione verso il prossimo. Quegli stessi valori hanno ispirato tutta la mia vita. 
Sono cresciuta in quella famiglia, dove il rispetto reciproco era di casa. E non solo per noi, ma per tutti quelli che bussavano alla porta.  Ho un fratello maggiore, che ancora oggi “si prende cura di me” e io reciprocamente di lui. Non esiste la frase “questo è mio”, ancora proviamo gioia, nella condivisione.
Ecco, con questi valori, la piccola Annamaria cresce. È una bimba serena, obbediente, vispa, attratta da mille curiosità. Durante la sua giovinezza il suo dovere era quello di portare buoni voti a scuola e di aiutare gli altri. 
Frequenta la parrocchia. Comincia a fare volontariato aiutando, con qualche ripetizione, i bimbi delle famiglie più povere del quartiere. Annamaria vuole capire: si domanda cosa spinge l’essere umano ad abbandonare la strada della legalità, della giustizia, della verità. L’essere umano: miracolo della scienza per la sua perfezione. E allora si domanda: cosa scatena la follia di un gesto inumano?
Le sue curiosità, la voglia di conoscere, di approfondire la portano, dopo il liceo classico, ad iscriversi alla facoltà di giurisprudenza.                                                                                                      I diritti e i doveri, le regole del vivere sociale e civile, le norme, i comportamenti illeciti, le sanzioni, diventano per lei una continua scoperta. Sente però, particolare attrazione per il diritto penale. Li c’è in gioco un comportamento lesivo non solo dei beni degli altri, ma soprattutto della vita.
Si laurea nell’ ottobre del 1970 con il massimo dei voti. Durante il corso di laurea ha scoperto una branca del sapere che l’ha particolarmente appassionata: la psicologia giuridica, scienza che studia proprio quei comportamenti contro legge, che cercano delle spiegazioni nella psiche umana.
Che cosa determina un comportamento violento? Chi lo mette in atto è sempre consapevole di quello che fa? E se non lo è, le sue azioni sono più lievi o più gravi?                                                                 Alcune teorie del secolo scorso affermavano che esiste la categoria del “delinquente nato”. Cioè, una persona, con tratti somatici specifici e particolari, è quasi sicuro che delinquerà. Altre teorie attribuivano la causa del delinquere alla società o allo stato psicologico del soggetto. 
E poi...è giusto che lo Stato infligga la pena solo restrittiva/retributiva (hai sbagliato e perciò paghi), oppure deve tener conto anche di una pena rieducativa?
Tutto queste domande hanno portato Annamaria a frequentare un corso biennale, dopo la laurea, di perfezionamento in criminologia, sempre più convinta dell’importanza del libero arbitrio e della funzione rieducativa della pena.
Vince il concorso per vice - direttore degli istituti di prevenzione e di pena. (é il primo concorso al quale hanno potuto partecipare le donne in misura notevole…fino ad allora il concorso era riservato ai soli uomini ).
Quale è il contesto storico nel quale si muove Annamaria?
Erano già cominciate le prime occupazioni e rivendicazioni da parte di studenti universitari, sia in Europa che in Italia. Siamo nell’anno 1968. Milano e Roma furono al centro di tali manifestazioni.  Di fronte uomini politici di poco spessore che non furono in grado di contenere l’insoddisfazione e la rabbia della gente.   Prima cominciarono gli studenti, chiedendo una politica più aderente ai diritti civili e sociali delle minoranze (e anche le donne erano tra queste). Si contestavano l’autorità della famiglia e della scuola, l’esistenza delle carceri, l’obbligo del servizio militare. Poi la protesta si estese anche agli operai: dieci anni di lotte e di occupazioni per rivendicare migliori condizioni di lavoro e un salario più equo. 
Tutto questo movimento, pur legittimo nelle aspettative e nelle rivendicazioni pacifiche, portò però alla lotta armata contro lo Stato e contro i “suoi fedeli servitori” da parte di bande armate di varia matrice politica.
Cominciano gli “anni di piombo”, cioè quel periodo storico, circa un ventennio, durante il quale, rappresentanti di varie categorie, magistrati, carabinieri, poliziotti, giornalisti, ma anche semplici cittadini, furono oggetto di attentati, assalti, e stragi.
E’ la strategia del Terrore. E’ l’assalto al potere. E’ la lotta armata contro lo Stato.
Lo scopo: creare instabilità nelle istituzioni e terrorizzare i cittadini.                                                       Diffondere panico e giustificare misure d’emergenza.
Eclatante fu il rapimento dell’onorevole Aldo Moro, segretario politico della Democrazia Cristiana, avvenuto il 16 marzo 1978 da parte delle brigate rosse, e conclusosi il 9 maggio 1978 con la sua uccisione.
In questo nascente clima di tensione, la giovane vice direttrice, in servizio a Rebibbia femminile, venne assegnata alla sezione ”camerotti”, dove erano ospitate 250 detenute in attesa di giudizio.  Responsabili di vari reati, dal furto alla rapina, dalla truffa allo spaccio di sostanze stupefacenti, dall’omicidio al sequestro di persona.                                                                                                                                          


Alcune detenute erano di matrice politica, per aver partecipato ad attentati o stragi.  Erano rinchiuse in una apposita sezione, dove vigeva “la massima sicurezza”: erano sottoposte ad un regime speciale, in isolamento, e cioè non ricevevano telefonate, né visite. Non potevano ricevere pacchi e l’ora d’aria era limitata. Non potevano socializzare né parlare tra di loro.                                                  Questo era la conseguenza di disposizioni speciali, data la pericolosità delle detenute.
Gli attentati, in questo clima di terrore e di paura, cominciano ad interessare il settore penitenziario.
Il 14 febbraio 1978 , il magistrato Riccardo Palma, direttore dell’ edilizia penitenziaria,muore per opera delle brigate rosse.                                                                                                                                                       Così, Il 10 ottobre 1978, il magistrato Girolamo Tartaglione, direttore generale degli Affari penali.                                Il 18 marzo 1980 il magistrato Girolamo Minervini, muore colpito dalle brigate rosse. Era vice direttore generale degli istituti penitenziari, mio diretto superiore. Persona competente, onesta, umana. Muore sull’autobus che lo portava al lavoro, perché aveva rifiutato la scorta per non mettere a rischio altre persone.                                                                                                                                    Sono stata particolarmente colpita dalla sua morte, ho partecipato ai suoi funerali di stato; ho fatto parte del picchetto d’onore. …E mi è rimasta la strana sensazione, come se ti avessero portato via un pezzo di te. Un ramo di un albero. Un’ala di un uccello. La sensazione di un vuoto…incolmabile.
Mai in quel momento, avrei immaginato quanto stava ancora per accadere.                                                                         Il 7 dicembre 1982 viene ferita con due colpi di pistola alla testa, la dottoressa Giuseppina Galfo. Presta servizio a Rebibbia femminile. Persona equilibrata e competente. Spetta a lei decidere se il regime carcerario è troppo duro per ciascuna detenuta. Se il regime di massima sicurezza è compatibile con il tipo di pena oppure è necessario il ricovero nell’ infermeria dell’istituto, dove la detenzione è più sopportabile.  Non si lascia corrompere, non si lascia comprare. È onesta e temeraria. Si salverà dall’attentato e tornerà a lavorare in carcere con la stessa passione di prima.
Il 28 gennaio 1983 la vigilatrice Germana Stefanini viene rapita e uccisa. E’ addetta al controllo dei pacchi. Fa il suo lavoro con precisione. Rimanda indietro quello che non è permesso far entrare. Scrupolosa e attenta. Ho partecipato ai suoi funerali di stato, con profondo dolore.
Intanto si è appreso di un attentato incendiario presso l’abitazione della educatrice di Rebibbia femminile.  Fortunatamente era in ferie con la famiglia. E’ andata distrutta la casa.
E ora, dopo il medico, il personale educativo, il personale di vigilanza…ora è il turno del personale direttivo.  




      
E qui torna di nuovo Annamaria. La giovane direttrice del reparto di massima sicurezza. 
In quei momenti mi sentivo come un forte peso sul cuore. La paura dell’incerto offuscava la mente. E’ una sensazione strana: è come se avessi il tuo corpo da una parte e la tua mente da un’altra. C’era tanta incertezza…ma bisognava andare avanti. Non potevi lasciarti soffocare.   Hai il tuo lavoro da portare avanti…gli altri si aspettano da te forza, coraggio, equilibrio… Se molli tu, cosa faranno gli altri?
E così continuo a lavorare. Anche il direttore dell’intera struttura di Rebibbia femminile lavora: sa di essere in pericolo. Lo sanno anche i vertici politici. Gli hanno assegnato una scorta. E sembra che tutto torni alla normalità. Era un mercoledì. Stavo svolgendo il mio turno pomeridiano. In ufficio squilla il telefono interno. E’ la vigilatrice del reparto “camerotti” che mi informa che un paio di detenute hanno qualcosa da dirmi. Ma in fretta e in tutta riservatezza.       Non ho problemi nel recarmi in sezione, dove erano rinchiuse le detenute. Io le conoscevo. Loro mi apprezzavano per la correttezza del mio comportamento e il rispetto che avevo nei loro confronti. Certo avevano sbagliato, e stavano scontando la loro pena. Ma questo per me era già sufficiente. Non era necessario aggiungere disprezzo e maleducazione nei loro confronti: io ero lo Stato per loro. E lo Stato deve agire per giustizia e non per vendetta.                                     
Mi reco nell’ufficio della sezione dove trovo due giovani detenute tutte impaurite e tremanti.
Queste le loro parole: ” Dottore’….stia attenta…stia attenta a quando torna a casa stasera.
 Si guardi le spalle”…..e poi “Noi non abbiamo detto niente, non sappiamo niente”…E se ne vanno.   Sono rimasta molto turbata da queste parole.                                                                      Arriva l’ora di tornare a casa. A casa mi aspettano tre bambini e il loro papà. E non voglio che la mia paura, anzi il mio terrore, incida per sempre nelle loro menti, rimanga scolpito nei loro cuori. Sono bambini… hanno il diritto di vivere sereni e spensierati. Non voglio coinvolgere altre persone. Non voglio chiedere aiuto.
Ricordo ancora la mia mano tremante nel metter in moto la macchina (una fiat 128 di colore verde, successivamente rottamata per motivi di sicurezza). Esco dalla porta carraia del carcere. Il poliziotto di guardia mi fa il saluto. Ok. Finora tutto bene. Percorro la strada semibuia. Sono le nove di sera e siamo in inverno. Da via Bartolo Longo arrivo in via Casal dei Pazzi (in quel tempo era aperta campagna e non c’erano abitazioni né negozi). In lontananza dallo specchietto retrovisore vedo dei fari di una macchina. Sarà qualcuno che mi segue?  Io accelero, la macchina accelera. Rallento, la macchina rallenta. Però non sono ancora sicura che segua me. Mi trovo, col cuore in gola, sulla via Nomentana.

Giro a sinistra e subito dopo a destra e imbocco una strada in divieto di accesso. Se non ce l’ha con me, andrà dritto, penso. Ma la macchina mi tallona...Mi trovo in piazza Sempione, dove c’è una pizzeria aperta con un paio di persone dentro. Ho l’istinto di fermarmi e chiedere aiuto. Fermo la macchina a spina davanti al negozio, scendo di corsa e …compro della pizza……Nel frattempo anche la macchina che mi tallonava si ferma. Scende un ragazzo sui 25 anni, alto, robusto, che mi è venuto vicino, fissandomi negli occhi e con le mani in tasca come se tenesse una pistola, pronta ad essere usata… pago la pizza e corro alla macchina. Il semaforo è verde. Supero l’incrocio...sono riuscita a seminarlo, penso.
A quell’epoca abitavo in zona Nomentana, in un palazzo dotato di posto macchina all’interno del cortile condominiale.  La mia speranza era di trovare il cancello aperto e di infilarmi di corsa nel cortile. Speranza fallita...il cancello era chiuso e io non avevo il tempo di scendere e per aprirlo. Vedo la luce dei fari in lontananza. Non posso far altro che spegnere il motore, abbassarmi sui sedili e far finta che la macchina fosse posteggiata accanto ad altre macchine.   
In quel momento ho creduto che la mia vita fosse finita. L’avevo scampata fino ad allora ...e ora era finita. Dopo qualche secondo vedo i fari che mi passano accanto. Trattengo il fiato e chiudo gli occhi...passano, mi oltrepassano le luci. Capisco che la macchina mi ha appena oltrepassato. Con tutto il coraggio che mi è rimasto, scendo dalla macchina, apro il cancello, posteggio la macchina e salgo di corsa le scale per arrivare a casa. Apro la porta e vedo la mia famiglia, la mia bella famiglia che mi corre incontro. I bambini mi baciano e mi domandano: “com’è andato il tuo lavoro mamma?”   Bene, tutto bene, ho risposto.
E da quel momento sono stata posta dall’ufficio, in aspettativa per motivi di sicurezza. Costantemente in contatto con la Digos per monitorare eventuali anomalie nelle telefonate o nelle visite.                                                                                                                                                            Mi è stata proposta la scorta…ma io l’ho rifiutata. Avrei messo in pericolo i miei. Ho chiesto invece di trasferirmi al Ministero, dove sarei stata un dirigente in mezzo a tanti altri, favorita dall’anonimato.
L’anno successivo sono passata al settore minorile, dove sono stata fino al dicembre del 2006. Qui ho rivestito incarichi di prestigio e responsabilità. Mi sono dedicata con passione alla formazione del personale penitenziario (educatori, psicologi, agenti di polizia penitenziaria). Ho visitato strutture penali e tribunali minorili, per il loro necessario adeguamento alla normativa. Ho organizzato convegni, seminari di studio, master, collaborando con numerose università. Ho pubblicato dei testi con lo scopo di una migliore conoscenza del settore minorile.
Mi è rimasto nel cuore tutto questo: per me non è stato solo un lavoro. Essere sopravvissuta agli anni di piombo ha dato una qualità diversa alla mia vita, alla mia famiglia, alle mie amicizie. Ogni piccola attività è come se fosse un miracolo. Tutto acquista un valore diverso e un senso più profondo.      
 E tutto acquista senso se ciò che ho vissuto io non finisce in me. Le persone, ma anche le cose rimangono vive, fino a quando qualcuno se ne ricorda. E’ l’importanza della memoria. Ricordare per non dimenticare.
Ritrovare il coraggio, la dignità e la fierezza. Voglio concludere con una frase di Paolo Borsellino: “chi ha paura di morire, muore tante volte, chi non ha paura di morire, muore una volta sola.”
                                                             

Rosa Parks


Salve a tutti, vi voglio presentare una donna che mi ha incuriosito per il gesto di cui adesso vi parlero’. Rosa Parks era una  donna di colore, un colore, quello nero, che negli Stati Uniti degli anni ’50 dava fastidio. Lei fece un gesto di tacita protesta. Era la sera del primo dicembre del 1955, quando, a Montgomery, Rosa Parks, tornando a casa dal lavoro, salì sull’autobus che era solita prendere. Ma quella sera non c’erano posti liberi tra quelli riservati ai neri e così andò a sedersi in  un sedile libero tra quelli comuni che potevano essere occupati sia da neri che da bianchi, nel caso tutti fossero già occupati. 
Ma dopo qualche fermata montò sul pullman un uomo bianco al quale, secondo la fatidica legge in vigore, Rosa avrebbe dovuto lasciare il posto. Rosa educatamente si rifiuto’. L’autista chiamò allora la polizia e lei venne arrestata con l’accusa di “condotta impropria”. La sera stessa fu liberata grazie a una cauzione pagata da un avvocato bianco antirazzista.

Figlia di James Parks e Leona McCauley, nacque a Tuskegee, Alabama, il 4 febbraio 1913.
Di religione protestante, nel 1932 Rosa sposò Raymond Parks e si diede all’umile lavoro si sarta in un grande magazzino di Montgomery, in Alabama.
Dal 1943 cominciò a far parte del Movimento per i diritti civili statunitensi e diventò segretaria della sezione di Montgomery della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP). Intorno al 1955 – nello stesso periodo in cui Martin Luther King lottava per far valere i diritti dei neri – iniziò a frequentare un centro educativo per i diritti dei lavoratori e l'uguaglianza razziale, la Highlander Folk School.
Rosa Parks morì per cause naturali a Detroit il 24 ottobre 2005, all’eta’ di 92 anni.     

Rita Levi Montalcini


Io, Rita Levi-Montalcini sono stata una neurologa, accademica e senatrice a vita italiana. Ho vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1986.
Negli anni cinquanta, grazie alle mie numerose ricerche, scoprii ed identificai il fattore di accrescimento della fibra nervosa, noto come NGF; per tale scoperta mi hanno dato nel 1986 il premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, sono stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia accademia delle scienze.
Il 1º agosto 2001 sono stata nominata senatrice a vita "per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale". Sono inoltre stata socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe di scienze fisiche.
Sono nata in una famiglia ebrea, figlia di Adamo Levi, ingegnere elettrotecnico e matematico  e della pittrice Adele Montalcini. Sono la sorella di Gino, scultore e architetto noto negli anni trenta, di Anna. Sono nata insieme alla mia gemella Paola, nota pittrice.

I miei genitori, molto colti, hanno instillato in tutti i figli il proprio apprezzamento per la ricerca intellettuale. Ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza in un ambiente sereno, anche se dominato da una concezione vittoriana dei rapporti con i genitori e dei ruoli femminili e maschili e dalla forte personalità di mio padre, convinto che una carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di una moglie e di una madre. Tuttavia, nonostante l'opinione di mio padre, nell'autunno del 1930, ho deciso di studiare medicina all'Università di Torino; la scelta di medicina fu determinata dal fatto che in quell'anno si ammalò e morì di cancro la mia amata governante Giovanna Bruatto.
All'età di 21 anni entrai nella scuola medica dell'istologo Giuseppe Levi, dove cominciai gli studi sul sistema nervoso che ho poi proseguito per tutta la vita. Ho avuto come compagni universitari due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco.
Nel 1936 il rettore dell'Università di Torino, Silvio Pivano, mi conferì la laurea in Medicina e Chirurgia con 110 e lode; successivamente mi specializzai in neurologia e psichiatria, ancora incerta se dedicarmi completamente alla professione medica o portare avanti le ricerche in neurologia.
In seguito alle leggi razziali del 1938, in quanto ebrea sefardita, fui costretta a emigrare in Belgio con Giuseppe Levi, sebbene stessi ancora terminando gli studi specialistici di psichiatria e neurologia. Sino all'invasione tedesca del Belgio (primavera del 1940), fui ospite dell'istituto di neurologia dell'Università di Bruxelles dove continuai gli studi sul differenziamento del sistema nervoso.
Poco prima dell'invasione del Belgio, tornai a Torino dove, durante l'inverno del 1940, allestii un laboratorio domestico situato nella mia camera da letto per proseguire le ricerche, ispirate da un articolo di Viktor Hamburger del 1934 che riferiva sugli effetti dell'estirpazione degli arti negli embrioni di pulcini. Il suo progetto era appena partito quando Giuseppe Levi, scappato dal Belgio invaso dai nazisti, ritornò a Torino e si unì a me, diventando così il mio primo e unico assistente.
In quel laboratorio scoprii il meccanismo della morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo.
Il pesante bombardamento di Torino a opera delle forze aeree angloamericane nel 1941 rese indispensabile abbandonare la città e mi rifugiai nelle campagne di un paese dell'Astigiano, dove ricostruii il mio mini laboratorio e ripresi gli esperimenti.
Nel 1943 l'invasione dell'Italia da parte delle forze armate tedesche ci costrinse ad abbandonare il nostro rifugio, divenuto ormai troppo pericoloso. L'8 settembre del 1943, mio fratello Gino si sposò e decise di portare nel sud Italia tutta la famiglia: mamma, sua moglie e noi sorelle. Iniziammo quindi un pericoloso viaggio che si concluse a Firenze, ospiti della famiglia Lurini la cui figlia, la pittrice Marisa Mori, era amica della mia gemella Paola.
Tutti noi sopravvivemmo all'Olocausto restando nascosti a Firenze, divisi in vari alloggi, sino alla liberazione della città, cambiando spesso abitazione per non incorrere nelle deportazioni. Una volta venimmo salvati da una domestica, che ci fece scappare appena in tempo. Nel periodo dell'occupazione nazista, a Firenze, entrai in contatto con le forze partigiane del Partito d'Azione.
Nell'agosto del 1944 gli Alleati costrinsero i tedeschi a lasciare Firenze. Io divenni allora medico presso il quartier generale anglo-americano e venni assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia, trattando le epidemie di malattie infettive e di tifo addominale. Qui mi accorsi però che quel lavoro non mi piaceva in quanto ero troppo coinvolta nella sofferenza dei pazienti.
Nel 1945, terminata la guerra, tornai con la famiglia a Torino dove ripresi gli studi accademici e allestii un laboratorio di fortuna casalingo in una collina vicino ad Asti. Con il maestro Giuseppe Levi iniziai a fare ricerca negli embrioni di pollo attraverso i quali approfondii le ricerche sulle correlazioni nello sviluppo tra le varie parti del sistema nervoso, giungendo a diversi risultati pubblicati su importanti riviste scientifiche internazionali.

Marie Curie


Marie Curie
Ciao, sono Marie Curie. Sono nata nel 1867 a Varsavia.
Ho trascorso gran parte della mia vita nella Polonia
russa. Mi piaceva molto studiare, ma poiché qui le donne
non potevano essere ammesse agli studi superiori, mi
sono dovuta trasferire a Parigi. Nel 1891 ho iniziato a
frequentare la Sorbona (una prestigiosa università di
Parigi), dove, con studio e impegno, sono riuscita a
laurearmi in fisica e matematica. Sei anni dopo, ho
iniziato a compiere degli studi sulle sostanze radioattive
e da allora sono rimaste al centro dei miei interessi. Mi
affascinano assai. Nel 1903 mi è stato assegnato il
premio Nobel per la fisica, assieme a mio marito Pierre
Curie. Quel giorno ero così emozionata; ero finalmente
riuscita a dimostrare alle altre persone quanto mi sono
impegnata durante gli anni di studio alla Sorbona. Pochi
anni dopo, è successo un angosciante evento: la tragica
morte del mio amato marito Pierre Curie. In seguito, con
molto dolore e tristezza, mi è stato finalmente concesso
di insegnare nella prestigiosa università della Sorbona.
Nel 1911, mi è stato attribuito un altro premio Nobel,
questa volta per la chimica, per aver scoperto il radio e il
polonio il cui nome ho scelto proprio in onore della mia
terra. Sono molto fiera di me e credo di essere riuscita
nel mio progetto: anche le donne hanno il diritto di
svolgere lo stesso lavoro degli uomini con uguale paga e
possibilità. Solo due anni più tardi, mi è stata assegnata
la cattedra di fisica generale e sono diventata la prima
donna ad insegnare alla Sorbona.

Malala Yousafzai



Mi chiamo Malala Yousafzai e sono la più giovane attivista che abbia mai lottato per il diritto allo studio mio, di tutte le donne e bambine pakistane. Gli uomini hanno paura che le donne sappiano e che possano riconoscere le cose giuste da quelle ingiuste e così ribellarsi a loro. Quindi ho iniziato a ribellarmi . All’età di 11 anni, mentre tornavo da scuola, con le mie compagne, felicissima di aver avuto la possibilità di studiare, successe la tragedia. Ad un tratto il pulmino si fermò e salirono due uomini armati : i talebani. “Chi è Malala Yousafzai?!”, urlò uno dei due puntandoci il fucile contro. “Se non parlate spariamo a tutte quante!” sbraitava. Io con il cuore in gola alzai la mano, ma consapevole che stavo facendo la cosa giusta in modo da salvare le mie amiche. Così l’uomo armato che gridava si girò e l’ultima cosa che pensavo di vedere è stata la canna del fucile puntata dritta sul mio viso spaventato a morte. Sono stata ricoverata nell'ospedale militare di Peshawar, e sono sopravvissuta all'attentato dopo la rimozione chirurgica dei proiettili. Intanto il leader terrorista ha poi minacciato che, se fossi sopravissuta, sarei stata nuovamente oggetto di attentati. Per il mio sedicesimo compleanno sono stata invitata al palazzo di vetro a New York per lanciare un appello a favore dell'istruzione delle bambine e dei bambini di tutto il mondo. Dopo sei anni sono riuscita a tornare a casa mia: a Mingora, la città della Valle dello Swat dove ho vissuto fino ai 12 anni. Il 10 ottobre 2014 sono stata insignita del premio per la pace assieme all'attivista indiano Kailash Satyarthi, diventando così la più giovane vincitrice di un premio Nobel.
Io ammiro molto Malala, perché noi che abbiamo la possibilità di studiare non lo facciamo, oppure lo facciamo controvoglia, mentre lei ha rischiato la sua vita per poter essere istruita e perché lo fossero le donne e le bambine del suo paese. Sono felice che nel mondo esistano persone come lei: infatti sinceramente non so se al suo posto io avrei avuto il coraggio di fare la stessa cosa.

Emmeline Pankhurst


Emmeline Pankhurst

Mi chiamo Emmeline Pankhurst e sono nata a Moss Side, a Manchester, in Inghilterra, il 15 Luglio 1858. All’età di 14 anni venni presentata al movimento per il diritto al voto femminile. Capii che gli uomini fanno il codice morale e si aspettano che le donne lo accettino. Hanno decretato che è del tutto giusto e corretto per gli uomini combattere per le loro libertà e i loro diritti, ma che non è giusto e corretto per le donne combattere per i loro. Io non ci sto! Nel 1879 mi sposai con Richard Pankhurst, anche lui sostenitore del diritto al voto femminile, con lui ebbi cinque figli. Nel 1879 fondai la  “Franchise Woman’s League” dove riuscii a coinvolgere un gran numero di donne. Essa fu la prima coalizione che sosteneva il diritto di voto femminile, però questa coalizione si sciolse nel 1903. Successivamente lavorai come guardiano amministrativo per le classi sociali più povere e qui rimasi scioccata dalle condizioni delle case lavoro di Manchester. Mio marito morì e cinque anni dopo, nel 1903, fondai “Woman’s Social and Political Union”, un’associazione dedicata alle azioni e non alle parole. Questa associazione però ebbe vari scontri con il governo. Con l’arrivo della prima guerra mondiale io e mia figlia sostenemmo il governo contro il pericolo tedesco. Nel 1918 la “Representation of the People Act 1918" concesse alle donne il diritto di voto ma solamente alle donne con età superiore di 30 anni, era il piccolo passo per una grande svolta. Morii nel 1928 ma qualche settimana dopo la mia morte il governo concesse il voto alle donne di età superiore a 21 anni. Finalmente la battaglia per cui ho tanto combattuto, insieme a molte altre donne, è stata vinta! Due anni dopo venni commemorata con una statua nella Victoria Tower Garden. Un vero onore per una donna che ha lottato solo per ciò che era giusto e per una donna apparentemente piccola come me.