giovedì 24 ottobre 2019

Amelia Earhart


Ciao a tutti! Sono Amelia Earhart, sono nata il 24 luglio del 1897 nella casa dei nonni ad Atchison, in Kansas, dove mia madre Amy Linda Earhart mi ha partorito. Mio padre, Edwin, fa pratica legale a Kansas City. Nel 1899 è nata mia sorella, Muriel. Nel 1905 i miei genitori si trasferiscono a Des Moines, nell'Iowa, lasciandoci con i nonni. Nel 1908 io e le mie sorelle ci siamo stancate di stare dai nonni quindi abbiamo deciso di partire dai nostri genitori per poi trasferirci, a causa del lavoro di mio padre, a Saint Paul, nel Minnesota dove ho frequentato brevemente la Saint Paul Central High School, quindi a Chicago. Nel 1915 decido di frequentare i corsi per infermiera, che mi porteranno a prestare servizio in un ospedale militare in Canada, durante tutta la durata della Prima guerra mondiale.
Nel 1920, all'età di 23 anni, mi reco con mio padre a un raduno aeronautico presso il Daugherty Airfield a Long Beach in California e, pagando un dollaro, per la prima volta salgo a bordo di un biplano per un giro turistico di dieci minuti sopra Los Angeles. È in quell'occasione che decidi di imparare a volare. Cominciai a frequentare le lezioni di volo e, a un anno di distanza, con l'aiuto di mia madre, acquisto il mio primo biplano, con la quale stabilirò il primo dei miei record femminili, salendo a un'altitudine di 14.000 piedi.
Nell'aprile del 1928, il capitano Hilton H. Railey mi propone di essere la prima donna ad attraversare l'Atlantico (che emozione!!!) e il 17 giugno, dopo diversi rinvii dovuti alle brutte condizioni del tempo, decollano con me il pilota Stultz e il co-pilota e meccanico Gordon, a bordo di un Fokker F.VII, chiamato Friendship (amicizia). Sebbene io non sia servita a tanto, quando arriviamo in Galles 21 ore dopo, gli onori sono quasi tutti per me. Anche il Presidente Coolidge, per congratularsi con me, mi invia un cablogramma con le sue personali congratulazioni.
L'8 aprile 1931, pilotando un autogiro Pitcairn PCA-2, stabilisco il record mondiale di altitudine, raggiungendo i 18 415 piedi (5 613 metri). Il 24 agosto 1932 sono la prima donna ad attraversare in volo gli Stati Uniti senza scalo, partendo da Los Angeles e arrivando a Newark (New Jersey). Sempre determinata e con l'intento di arrivare dove altri avevano fallito, divento la prima aviatrice ad attraversare il Pacifico, da Oakland a Honolulu, nelle Hawaii.
Questa è la mia storia.
Nicolò C.

Indira Gandhu


Ciao a tutti io sono Indira Gandhi e sono nata il 19 novebre 1917.
Tutti mi ricordano perchè sono stata il primo ministro donna dell"INDIA.
Feci politica dal 1966 al 1977 e ripresi nel 1980.
Mio padre Jawaharlal Nehru mi fece diventare capo di stato maggiore,
fui eletta presidente del congresso internazionale indiano nel 1959.
Fino alla morte di mio padre nel 1964, mi rifiutai di gareggiare per la presidenza del partito e al contrario decisi di diventare capo di gabinetto nel governo capeggiato da Lal Bahadur Shastri. Nelle elezioni di partito tenutesi all'inizio del 1966, dopo la morte di Shastri, sconfissi il mio rivale Morarji Desai, per diventare leader del partito e quindi succedetti a Shastri come Primo ministro indiano.
Morii per il tradimento delle mie guardie del corpo.
Lorenzo.F.

Harriet Tubman

Ciao! Sono Harriet Tubman e sono nata circa nel 1822 negli Stati Uniti.
La mia bisnonna materna, Modesty, era giunta dall’Africa negli Stati Uniti con una nave di schiavi.
Mia madre, Harriett Green, una donna mulatta, era una cuoca per Mary Pattison Brodess e fece di tutto per mantenere unita la nostra famiglia. Mentre mio padre, Ben Ross, era falegname per Anthony Thompson.
Mia madre aveva poco tempo per la famiglia e quindi io dovevo prendermi cura dei miei fratelli più piccoli. Quando avevo sei anni fui venduta da Brodess a Miss Susan, per prendermi cura di suo figlio.
In seguito lavorai nella piantagione di James Cook, dove dovevo controllare le trappole per i topi, e così ho contratto il morbillo. Mi ammalai a tal punto che Cook mi restituì a Brodess, che si prese cura di me fino alla mia guarigione.
Un giorno, mentre mi trovavo davanti la porta di un negozio, vidi passare di corsa un uomo nero inseguito da un bianco, che strillava: - Fermatelo, è il mio schiavo! - Ma io non feci nulla per fermarlo. Mi augurai con tutto il cuore che quell'uomo riuscisse a fuggire. Avrei voluto aiutarlo.
In quell’istante, l’inseguitore scagliò un pesante oggetto di metallo contro lo schiavo in fuga.
Mancò il bersaglio, ma mi colpì sulla testa e rimasi gravemente ferita. Grazie a Dio i miei folti capelli attutirono il colpo, salvandomi la vita. Infatti, essendo schiava, i miei capelli non erano mai stati pettinati. Qualche anno dopo, mi rimisero in vendita, così decisi di scappare. Viaggiavo di notte e il giorno lo trascorrevo nascondendomi. In questo modo raggiunsi la Pennsylvania: ero finalmente libera! Poi mi rivenne in mente lo schiavo fuggitivo e tutte le altre persone ridotte in schiavitù, fu così che decisi di aiutarli. E per undici anni tornai avanti e indietro diciannove volte, salvando centinaia di schiavi, senza mai essere catturata.
Sara Q.

mercoledì 23 ottobre 2019

Boudicca



Ciao, mi chiamo Boudicca!
Il mio nome significa “vittoria” e posso descrivermi come una donna coraggiosa e con molta forza. Sono un'intrepida regina guerriera e ho capeggiato una ribellione contro i Romani.
Ero parte di una famiglia nobile e all’età di sette anni sono andata a vivere con una seconda famiglia con cui rimasi fino a quattordici anni e da quel periodo appresi storia, tradizioni, religioni e cultura delle tribù celtiche e imparai l'arte militare.
A ventotto anni condussi la mia tribù, che sono gli Iceni, in battaglia. Mio marito, il re, è morto e ha lasciato il regno nelle mie mani. Ma l'imperatore romano Nerone aveva deciso che nessuna donna poteva governare un'area soggetta al controllo romano e mandò le sue truppe per soggiogare i Britanni. I nobili Iceni furono uccisi e alcuni imprigionati e io fui costretta a camminare nuda in strada e le mie figlie venero frustate.
Io giurai vendetta per quella grande umiliazione. Così riunii un esercito e condussi un attacco contro il potente Impero Romano. Con i miei lunghi capelli rossi e la spada puntata al cielo incutevo timore nel cuore dei nemici. Il mio esercito mise a ferro e fuoco la città di Colchester, nell’Inghilterra sudorientale, distruggendo il tempio di Claudio, il precedente imperatore romano, e uccidendo migliaia di romani e di loro sostenitori.
Altri Britanni si unirono a me e quando giunsi a Londra il mio esercito contava centinaia di migliaia di soldati, tutti fedeli a me. Nonostante fossero in notevole inferiorità numerica, i Romani avevano delle armi migliori e vinsero lo scontro.

Michela S.

Maria Teresa di Calcutta



Ciao a tutti sono Madre Tersa di Calcutta; sono nata in Macedonia il 26 Agosto 1910. Da ragazza decido di partire per l’Irlanda per seguire la mia vocazione cattolica, poi vado in missione in India. Una volta lì, decisi: “Prenderò i voti, diventerò suora e aiuterò i più poveri dei poveri”.
Vivo in convento e per diversi anni insegno in una scuola femminile.
Ma non è abbastanza. A 36 anni decido di dedicarmi completamente ai poveri e per farlo vado a vivere in mezzo a loro, a Calcutta in India. Con loro chiedo perfino la carità.
A poco a poco, altre suore si uniscono a me e insieme diventiamo le Missionarie della Carità. Apriamo scuole, orfanotrofi, ospizi per i malati e i moribondi, i lebbrosari, e vegliamo sempre sui meno fortunati.
Presto la nostra presenza, dall'India, si estende in tutto il mondo.
Nel 1979 ricevo il Premio Nobel per la pace.
Nel 2003, pochi anni dopo anni dopo la mia morte, avvenuta a Calcutta il 5 Settembre 1997 a 87 anni, vengo beatifica dal Papa Giovanni Paolo II.
Nel 2016 vengo proclamata Santa.
La mia biografia è segnata da numerose onorificenze e riconoscimenti, che mi furono consegnati per le numerose opere di carità che ho svolto nei luoghi più poveri del mondo, assieme alle mie sorelle.

Matteo O.

Jane Austen




Ciao sono Jane Austen, sono nata il 16 Dicembre 1775 a Steventon, Hampshire un piccolo villaggio nel sud dell'Inghilterra.
Sono la penultima di otto figli. Sono cresciuta in un ambiente culturalmente stimolante.
Mio padre mi insegnò il francese e le basi della lingua Italiana, mi piace molto leggere (la mia libreria è formata da 500 libri) e scrivere poesie.
All'inizio scrivevo piccoli racconti e poesie per far divertire i miei conoscenti.
Nel 1795 conobbi Thomas, stavo diventando molto amica di Thomas, ma la sua famiglia non mi ritenne adeguata per il giovane e ci allontanarono.
Da allora decisi di non sposarmi e dedicarmi a scrivere.
In questo periodo iniziai la prima stesura di "Orgoglio e pregiudizio", che all' inizio non fu apprezzato, ma in seguito divenne un mio capolavoro.
Non tratto della guerra nei miei romanzi, ma di storie d'amore e di vita quotidiana. Le donne sono il fulcro fondamentale di ogni mio romanzo.
Sono una delle prime scrittrici a dedicare il mio lavoro all'analisi dell'universo femminile.
Sono ironica e quindi descrivo le mie protagoniste con i loro pregi e difetti.
Nello scrivere uso in modo particolare il dialogo con il discorso diretto e la forma epistolare.
Nel 1816 mi ammalai gravemente, nel 1817 morii.
Giuseppe F. 

Lady Diana



Ciao a tutti sono Lady Diana,
sono nata il primo luglio del 1961 a Sandrigham nel Norfolk, la mia famiglia era molto numerosa infatti avevo 4 fratelli di cui 2 maschi e 2 femmine.
I mei genitori erano dei nobili, però il loro amore non durò a lungo perché quando avevo 7 anni decisero di separarsi .
Non fui mai tanto brava a scuola, però ero bravissima a suonare, soprattutto il pianoforte.
Ho conosciuto nel 1977 il principe Carlo, dopo tre anni di fidanzamento mi chiese di sposarlo.
Il mio anello era bellissimo, somigliava tanto a quello di mia madre, iniziai a studiare il protocollo reale, così da poter diventare una vera regina.
Il mio matrimonio si svolse il 29 luglio 1981 a Londra nella Cattedrale di San Paolo, fu un evento grandioso, seguito da milioni di persone nel mondo.
A differenza di altre regine io non scelsi il voto di obbedienza al marito.
Dal mio matrimonio nacquero i miei veri gioielli, Harry e Williams.
Ho visitato tante città nel mondo, anche Roma, dove visitai l'Ospedale Bambin Gesù.
Mi sono battuta per i più deboli nel mondo, per le mine antiuomo, ed ho avuto l'onore di essere vicina a Madre Tersa di Calcutta.
Tutti mi amavamo, ma oscurando la regina, non ero ben vista a corte.
Infatti nel 1995 divorziai, e venni presa di mira dai giornali di tutto il mondo, non ero più libera di vivere la mia vita.
Fino a quella sera del 31 agosto 1997, in cui per scappare all'ennesimo inseguimento dei giornalisti, la mia macchina si schiantò nel Ponte dell'Alma a Parigi.
Il Funerale, come il mio matrimonio, fu seguito in tutto il mondo, milioni di persone piansero per me.
La mia gioia è che resterò per sempre nel cuore di tante persone e resterò per sempre England's Rose.
Davide T.

Alessio D.



Rita Levi Montalcini PPT

martedì 22 ottobre 2019

Anna Frank



Ciao, sono Anna Frank, ora vi racconto la mia storia.
Sono nata il 12 giugno del 1929 a Francoforte in Germania, i miei genitori erano ebrei.
Essi si trasferirono da Francoforte ad Amsterdam perché la Germania era in crisi con il lavoro e c'era molta povertà.
Adolf Hitler dava la colpa dei problemi della Germania agli ebrei.
Io mi trovavo bene ad Amsterdam ed andavo in una scuola nelle vicinanze della mia casa.
Il mio papà, che si chiamava Otto, ampliò l'attività commerciale per guadagnare di più.
Quando avevo 10 anni la Germania invase la Polonia ed i Paesi Bassi e scoppiò la 2° Guerra mondiale.
La Germania impose delle leggi severissime contro gli ebrei a cui tolse la libertà di frequentare luoghi pubblici perciò io andai in una scuola per soli ebrei, mio papa perse l'azienda perché gli ebrei non potevano essere a capo di un'impresa.
I nazisti diventarono sempre più cattivi nei confronti degli ebrei che dovettero cucirsi una stella giudaica sul vestito e furono costretti ad andare via dai Paesi Bassi.
Mio papà creò un nascondiglio dietro la sua ex fabbrica, lì dovevamo fare silenzio ed avevamo tanta paura.
I nazisti scoprirono il nascondiglio e fummo arrestati.
I tedeschi ci misero su un treno diretto ad Auschwitz dove fummo poi divisi: io, Margot e mamma nel campo femminile e papà in quello maschile.
Nel 1944, insieme a mia sorella Margot, fui deportata nuovamente al campo di Bergen dove, a causa delle terribili condizioni igieniche, ci ammalammo di tifo e mia sorella morì.
Tutte queste notizie le ho scritte nel mio diario.

Claudia F.

Io donna!


Mi guardo! sono una statua di carne ghiacciata e preghiera bollente.
Sono io "La donna", la donna nei secoli sopravvissuta alle guerre nel mondo. Anche io ho fatto la guerra a modo mio , guerra di fame , di paura , co il lavoro ho pagato il peso della vita.
A volte nei campi camminavo accanto al carretto per non pesare nemmeno sulľ animale.
La terra ľ ho lavorata io , la casa ľ ho curata io , la vita... Sono sempre stata io. Ho sofferto per la perdita dei figli nella pancia , o neonati perchè le medicine erano un lusso e i medici ancora più rari. Io porto su di me il peso del mondo , ľ errore umano , errore ... o orrore?!
Orrore che purtroppo continuo a vedere nelle più diffuse parti del mondo. Tutto sotto gli occhi di tutti , ma per i miei sono ľ inferno perenne , tramandato nei secoli. Donne , e ancora donne; umiliate , vendute , massacrate , bambine spose , sfruttate , schiave di ogni tipo.
Allora , io alzo il mio grido di dolore e di disdegno , la mia preghiera bollente dal mio corpo di carne ghiacciata.....
BASTA!!!!!

Jacopo S.

Saffo




Vorrei parlare di una donna che ha dato un contributo importante alla storia femminile: la poetessa greca Saffo.
Era di famiglia aristocratica, ma a causa delle lotte politiche tra i vari tiranni che allora si contendevano il dominio dell’isola dove viveva, fu esiliata con la sua famiglia in Sicilia. Poi ritornò a Ereso dove fu direttrice e insegnante di un tiaso, un collegio in cui veniva curata l'educazione di giovani fanciulle di famiglia nobile. La società aristocratica di allora richiedeva che le fanciulle avessero determinati valori come: l'amore, la delicatezza, la grazia, il canto, l'eleganza.
Fin dall’antichità Saffo fu ammirata per la sua maestria. Compose poesia “melica”, cioè testi poetici che venivano accompagnati dalla musica.
Dei suoi scritti è rimasto pochissimo, una sola poesia completa (Inno ad Afrodite), un’altra priva della conclusione e 212 frammenti brevi.
Nell’Inno ad Afrodite, Saffo si rivolge alla dea Afrodite chiedendole di esserle alleata riguardo a un amore non corrisposto.

INNO AD AFRODITE
Immortale Afrodite trono adorno,
figlia di Zeus, che trami inganni, ti invoco:  
non mi abbattere l’animo con pene,
grande signora, ma giungi qua, se già in altro tempo
 ascoltando il mio grido lontano,  
giù dalla casa d’oro di tuo padre
presto giungesti,
 aggiogato il tuo carro, e ti portavano 
passeri belli sull’oscura terra,  
fitto battito d’ali giù dal cielo,
velocemente.  
Giunsero presto, e tu, beata dea,  
sorridendo col tuo volto immortale,  
mi domandasti perché soffrivo
 perché chiamavo,  
e che cosa di più desideravo
nel mio delirio. “Chi devo piegarti  
perché ti ami? Saffo, chi ti fa ancora torto?  
E se ti fugge presto ti inseguirà,
se non vuol doni, presto donerà e se non t’ama, presto t’amerà,
contro se stessa”.
Ritorna ancora a me, 
toglimi il peso di sofferenza;  
e ciò che il desiderio vuole compiuto, compilo;  
e sii ancora la mia alleata.

I valori che Saffo mette al primo posto appartengono ad un modo femminile di interpretare la vita umana. Lei non invoca divinità maschili, ma solo Afrodite che è bellezza e amore. Nelle sue poesie non esalta guerrieri o descrive battaglie. Il coraggio e la forza fisica sono contrastati dall’energia dell’amore. Secondo me, possiamo considerare Saffo come una pacifista.
La sua poesia ha attraversato i secoli. L’interprete più famoso della leggenda di Saffo fu Giacomo Leopardi che si identifica in lei nella poesia L’ultimo canto di Saffo.
Elena Sofia S.

Liliana Segre





Ciao a tutti,sono Liliana Segre, vengo da una famiglia di Ebrei e sono vissuta con mio padre Alberto. Ebbi la consapevolezza di essere Ebrea attraverso il dramma delle leggi razziali.
Quindi mio padre mi nascose presso dei suoi amici dopo l'intensificazione della persecuzione
degli Ebrei italiani. Il 10 dicembre 1943 provai a fuggire con i miei cugini e mio padre a Lugano in Svizzera, ma venni fermata e il giorno dopo mi arrestarono a Varese, poi ci trasferirono a Como e consecutivamente a Milano per 40 giorni. Il 30 gennaio 1944 mi portarono al binario 21 per arrivare ad Auschwitz, che raggiunsi dopo 7 giorni. Appena arrivati mi separarono subito da mio padre che venne ucciso dopo un giorno, qualche giorno dopo mi fecero lavorare ai lavori forzati. Il 26 gennaio 1945 affrontai la marcia della morte in Germania ma poi fui liberata dall'Armata Rossa il 1 maggio 1945. Per molto tempo non ho mai voluto parlare pubblicamente della mia esperienza nei campi di sterminio. Sono tornata ad una vita normale ma non è stato facile.Dopo l'inferno, dove mi sono dovuta adeguare ad un mondo superficiale, non ho voluto ricordare certe cose. Solo ultimamente ho partecipato ad incontri o documentari per parlare del periodo della guerra. Mi sono laureata, ho ricevuto anche dei premi per mantenere viva la voce di chi ha sofferto veramente.Nel 2018 precisamente il 19 gennaio, il Presidente della Repubblica mi ha nominata Senatrice a Vita. A distanza di 80 anni dall'emanazione delle leggi razziali fasciste sono stata solamente la quarta donna a ricevere questo onore. Lotterò sempre contro l'intolleranza,il razzismo e all'istigazione all'odio ed alla violenza.

Mattia B.

lunedì 21 ottobre 2019

Artemisia Gentileschi

Ecco a voi il ppt realizzato da Andrea, Alessandro, Alessio D., Diego, Luca, Antonio.

Artemisia Gentileschi ppt

domenica 20 ottobre 2019

Margaret Heafield


 
Ciao, sono Margaret Heafield e sono nata il 17 agosto del 1936 in Indiana, negli Stati Uniti D’America. Da piccola amavo molto la matematica ed il francese, ma ero anche ispirata da mio padre e mio nonno che facevano filosofia e poesie, ma decisi di continuare per la mia strada, così milaureai nel 1958 e in quell’estate mi sposai con un uomo di nome James Cox Hamilton. Fu così che presi la decisione di insegnare matematica e francese al liceo in una scuola di Boston nell’Indiana: ma per poco perché dal 1961 al 1963 presi a far parte al progetto semi-automatic Ground Enviroment (SAGE) dove ero uno dei programmatori che creò software per il prototipo di computer AN/FSQ-7 utilizzato dall’aereonautica americana per la ricerca di aereomobili potenzialmente ostili. Esso consiste nel creare un sistema informatico in grado di prevedere i sistemi metereologici e tenere traccia dei loro movimenti mediante simulatori. Questo progetto fu presto sviluppato per uso militare nella difesa aerea da potenziali attacchi sovietici durante la Guerra Fredda. I miei sforzi in questo progetto furono di tale importanza, che mi candidarono alla posizione della Nasa come sviluppatore di software del volo Apollo. Nel 22 novembre 2016 venni premiata con la Medaglia Presidenziale della Libertà dal Presidente Barack Obama, per il lavoro che riportai sullo sviluppo di sotfware di volo a bordo per le missioni della Nasa Apollo Moon.

Giovanna D'Arco


GIOVANNA D’ARCO

Io sono nata il 6 gennaio 1412 da una famiglia di poveri contadini che vivevano nel villaggio di Domrémy, in Lorena. In quel periodo in Francia vi erano numerose tensioni interne a causa della corona d’Inghilterra che combatteva per conquistare la debole monarchia francese. A soli 13 anni mi è nata una forte fede religiosa e iniziai ad avere varie visioni di messaggeri celesti che mi inducevano a compiere una missione importante, ovvero liberare la Francia dallo straniero.
Nonostante avessi soltanto 17 anni nel 1429 io chiesi a Carlo VII di comandare l’esercito per soccorrere la città di Orlèans, presa d’assedio dall’esercito di Enrico VI. Io riuscii a spronare le truppe, a sconfiggere l’armata Inglese e a liberare la città assediata. Nonostante la vittoria non mi arresi e continuai ad incitare i soldati francesi contro i nemici.
Nel 1430, mentre conducevo una compagnia di 200 soldati Italiani i Borgognoni mi imprigionarono e fui rinchiusa in un carcere. A causa di re Carlo VII che non fece nulla per liberarmi fui costretta a subire un processo nel castello di Rouen.
Sono morta soli 19 anni, in quanto fui giudicata da un tribunale di ecclesiastici, incolpata di eresia e condannata a rogo.

Artemisia Gentileschi


Artemisia Gentileschi




Mi presento, mi chiamo Artemisia Lomi Gentileschi, sono una pittrice italiana dalla forte .personalità. Nasco a Roma l'8 luglio del 1593. Sono figlia di Prudenza Montone e del pittore pisano Orazio Gentileschi, dal quale eredito la passione per la pittura e un ferreo rigore disegnativo . Sono la prima di sei figli tutti maschi.
Sebbene nel '600 l'arte pittorica sia ancora appannaggio quasi esclusivo degli uomini, io fin da piccola riesco ad apprendere, presso la bottega di mio padre , le tecniche pittoriche basilari, imparando a disegnare, ad impastare i colori e a dar lucentezza ai dipinti. Mi è stata negata la possibilità di entrare all'Accademia di Roma (ove le donne sono escluse),ma nonostante tutto l'esperienza maturata nella bottega di mio padre ha rappresentato per me una chance per esercitare la mia arte. Ho appreso quanto più possibile sulla pittura e nello stesso tempo osservo all'opera maestri come Caravaggio.
Nel 1611 mio padre decide di affidare la mia istruzione artistica ad un suo collega, maestro di prospettiva ,di nome Agostino Tassi, il quale ha abusato di me . Ancora adolescente mi sono fatta coraggio e ho denunciato quello che mi era accaduto.
Dal processo il Tassi esce praticamente indenne, mentre io e la mia famiglia abbiamo subito pesanti condanne morali, oltre alla crudeltà dei metodi inquisitori del Tribunale, infatti accetto di testimoniare sotto tortura,
Il 29 novembre del 1612, nonostante la mia reputazione sia ormai compromessa, mio padre riesce a combinare un matrimonio con l'artista fiorentino Pierantonio Stiattesi che determina il mio trasferimento a Firenze.
Nel 1621 vado a Genova per un breve periodo, poi torno a Roma come donna indipendente, mi allontano da mio marito, e porto con me mia figlia.
Dopo Roma mi trasferisco a Venezia, tra il 1627 e il 1630, alla ricerca di nuove commissioni e successivamente mi trasferisco a Napoli, dove rimango definitivamente fino alla mia morte nel 1654

Artista spesso sottovalutata Artemisia viene riscoperta per merito degli studi femministi , infatti la sua forza interiore, il suo linguaggio pittorico, nonché gli aspetti drammatici della sua vita, e il suo coraggio nell’affrontarli, ne hanno fatto un simbolo del femminismo internazionale.

martedì 14 maggio 2019

Intervista Nonna di Mattia


Buongiorno ragazzi…mi voglio presentare.                                                                          Io sono la nonna di Mattia e tutto avrei immaginato, tranne che di comparire in questo scritto come un “UNA DONNA FAMOSA”.
Quando Mattia mi ha detto che ci sarebbe stata un compito su un personaggio famoso, la mia mente è andata subito alla ricerca di scienziati, poeti, premi nobel per la pace, condottieri, narratori, pittori, scultori...testimoni autentici che hanno incarnato con la loro vita e con le loro azioni, l’ ideale di dignità, fierezza e libertà.
E così, eccomi a raccontare un pezzo di storia vissuto integralmente.
Mi chiamo Annamaria. Sono nata ad agosto del 1947, in un piccolo ma grazioso paese delle colline laziali.  La mia mamma ha rischiato di morire nel mettermi al mondo (allora si partoriva in casa e i rischi erano molto alti).  Lei, di estrazione medio- borghese, vissuta nel modenese, con un’alta formazione culturale, sposa giovanissima, a vent’anni, con quello che sarà il mio papà. Giovane, di qualche anno più di lei, appena laureato e al suo primo lavoro. Uomo onesto e molto legato alla sua famiglia, per la quale ha affrontato molti sacrifici. Staranno insieme tutta la vita. Una vita fatta di gioie e di sofferenze. Insieme affrontano privazioni, malattie, rischi dovuti alle vicende belliche (II guerra. Hanno una grande forza che li unisce: la fede e l’attenzione verso il prossimo. Quegli stessi valori hanno ispirato tutta la mia vita. 
Sono cresciuta in quella famiglia, dove il rispetto reciproco era di casa. E non solo per noi, ma per tutti quelli che bussavano alla porta.  Ho un fratello maggiore, che ancora oggi “si prende cura di me” e io reciprocamente di lui. Non esiste la frase “questo è mio”, ancora proviamo gioia, nella condivisione.
Ecco, con questi valori, la piccola Annamaria cresce. È una bimba serena, obbediente, vispa, attratta da mille curiosità. Durante la sua giovinezza il suo dovere era quello di portare buoni voti a scuola e di aiutare gli altri. 
Frequenta la parrocchia. Comincia a fare volontariato aiutando, con qualche ripetizione, i bimbi delle famiglie più povere del quartiere. Annamaria vuole capire: si domanda cosa spinge l’essere umano ad abbandonare la strada della legalità, della giustizia, della verità. L’essere umano: miracolo della scienza per la sua perfezione. E allora si domanda: cosa scatena la follia di un gesto inumano?
Le sue curiosità, la voglia di conoscere, di approfondire la portano, dopo il liceo classico, ad iscriversi alla facoltà di giurisprudenza.                                                                                                      I diritti e i doveri, le regole del vivere sociale e civile, le norme, i comportamenti illeciti, le sanzioni, diventano per lei una continua scoperta. Sente però, particolare attrazione per il diritto penale. Li c’è in gioco un comportamento lesivo non solo dei beni degli altri, ma soprattutto della vita.
Si laurea nell’ ottobre del 1970 con il massimo dei voti. Durante il corso di laurea ha scoperto una branca del sapere che l’ha particolarmente appassionata: la psicologia giuridica, scienza che studia proprio quei comportamenti contro legge, che cercano delle spiegazioni nella psiche umana.
Che cosa determina un comportamento violento? Chi lo mette in atto è sempre consapevole di quello che fa? E se non lo è, le sue azioni sono più lievi o più gravi?                                                                 Alcune teorie del secolo scorso affermavano che esiste la categoria del “delinquente nato”. Cioè, una persona, con tratti somatici specifici e particolari, è quasi sicuro che delinquerà. Altre teorie attribuivano la causa del delinquere alla società o allo stato psicologico del soggetto. 
E poi...è giusto che lo Stato infligga la pena solo restrittiva/retributiva (hai sbagliato e perciò paghi), oppure deve tener conto anche di una pena rieducativa?
Tutto queste domande hanno portato Annamaria a frequentare un corso biennale, dopo la laurea, di perfezionamento in criminologia, sempre più convinta dell’importanza del libero arbitrio e della funzione rieducativa della pena.
Vince il concorso per vice - direttore degli istituti di prevenzione e di pena. (é il primo concorso al quale hanno potuto partecipare le donne in misura notevole…fino ad allora il concorso era riservato ai soli uomini ).
Quale è il contesto storico nel quale si muove Annamaria?
Erano già cominciate le prime occupazioni e rivendicazioni da parte di studenti universitari, sia in Europa che in Italia. Siamo nell’anno 1968. Milano e Roma furono al centro di tali manifestazioni.  Di fronte uomini politici di poco spessore che non furono in grado di contenere l’insoddisfazione e la rabbia della gente.   Prima cominciarono gli studenti, chiedendo una politica più aderente ai diritti civili e sociali delle minoranze (e anche le donne erano tra queste). Si contestavano l’autorità della famiglia e della scuola, l’esistenza delle carceri, l’obbligo del servizio militare. Poi la protesta si estese anche agli operai: dieci anni di lotte e di occupazioni per rivendicare migliori condizioni di lavoro e un salario più equo. 
Tutto questo movimento, pur legittimo nelle aspettative e nelle rivendicazioni pacifiche, portò però alla lotta armata contro lo Stato e contro i “suoi fedeli servitori” da parte di bande armate di varia matrice politica.
Cominciano gli “anni di piombo”, cioè quel periodo storico, circa un ventennio, durante il quale, rappresentanti di varie categorie, magistrati, carabinieri, poliziotti, giornalisti, ma anche semplici cittadini, furono oggetto di attentati, assalti, e stragi.
E’ la strategia del Terrore. E’ l’assalto al potere. E’ la lotta armata contro lo Stato.
Lo scopo: creare instabilità nelle istituzioni e terrorizzare i cittadini.                                                       Diffondere panico e giustificare misure d’emergenza.
Eclatante fu il rapimento dell’onorevole Aldo Moro, segretario politico della Democrazia Cristiana, avvenuto il 16 marzo 1978 da parte delle brigate rosse, e conclusosi il 9 maggio 1978 con la sua uccisione.
In questo nascente clima di tensione, la giovane vice direttrice, in servizio a Rebibbia femminile, venne assegnata alla sezione ”camerotti”, dove erano ospitate 250 detenute in attesa di giudizio.  Responsabili di vari reati, dal furto alla rapina, dalla truffa allo spaccio di sostanze stupefacenti, dall’omicidio al sequestro di persona.                                                                                                                                          


Alcune detenute erano di matrice politica, per aver partecipato ad attentati o stragi.  Erano rinchiuse in una apposita sezione, dove vigeva “la massima sicurezza”: erano sottoposte ad un regime speciale, in isolamento, e cioè non ricevevano telefonate, né visite. Non potevano ricevere pacchi e l’ora d’aria era limitata. Non potevano socializzare né parlare tra di loro.                                                  Questo era la conseguenza di disposizioni speciali, data la pericolosità delle detenute.
Gli attentati, in questo clima di terrore e di paura, cominciano ad interessare il settore penitenziario.
Il 14 febbraio 1978 , il magistrato Riccardo Palma, direttore dell’ edilizia penitenziaria,muore per opera delle brigate rosse.                                                                                                                                                       Così, Il 10 ottobre 1978, il magistrato Girolamo Tartaglione, direttore generale degli Affari penali.                                Il 18 marzo 1980 il magistrato Girolamo Minervini, muore colpito dalle brigate rosse. Era vice direttore generale degli istituti penitenziari, mio diretto superiore. Persona competente, onesta, umana. Muore sull’autobus che lo portava al lavoro, perché aveva rifiutato la scorta per non mettere a rischio altre persone.                                                                                                                                    Sono stata particolarmente colpita dalla sua morte, ho partecipato ai suoi funerali di stato; ho fatto parte del picchetto d’onore. …E mi è rimasta la strana sensazione, come se ti avessero portato via un pezzo di te. Un ramo di un albero. Un’ala di un uccello. La sensazione di un vuoto…incolmabile.
Mai in quel momento, avrei immaginato quanto stava ancora per accadere.                                                                         Il 7 dicembre 1982 viene ferita con due colpi di pistola alla testa, la dottoressa Giuseppina Galfo. Presta servizio a Rebibbia femminile. Persona equilibrata e competente. Spetta a lei decidere se il regime carcerario è troppo duro per ciascuna detenuta. Se il regime di massima sicurezza è compatibile con il tipo di pena oppure è necessario il ricovero nell’ infermeria dell’istituto, dove la detenzione è più sopportabile.  Non si lascia corrompere, non si lascia comprare. È onesta e temeraria. Si salverà dall’attentato e tornerà a lavorare in carcere con la stessa passione di prima.
Il 28 gennaio 1983 la vigilatrice Germana Stefanini viene rapita e uccisa. E’ addetta al controllo dei pacchi. Fa il suo lavoro con precisione. Rimanda indietro quello che non è permesso far entrare. Scrupolosa e attenta. Ho partecipato ai suoi funerali di stato, con profondo dolore.
Intanto si è appreso di un attentato incendiario presso l’abitazione della educatrice di Rebibbia femminile.  Fortunatamente era in ferie con la famiglia. E’ andata distrutta la casa.
E ora, dopo il medico, il personale educativo, il personale di vigilanza…ora è il turno del personale direttivo.  




      
E qui torna di nuovo Annamaria. La giovane direttrice del reparto di massima sicurezza. 
In quei momenti mi sentivo come un forte peso sul cuore. La paura dell’incerto offuscava la mente. E’ una sensazione strana: è come se avessi il tuo corpo da una parte e la tua mente da un’altra. C’era tanta incertezza…ma bisognava andare avanti. Non potevi lasciarti soffocare.   Hai il tuo lavoro da portare avanti…gli altri si aspettano da te forza, coraggio, equilibrio… Se molli tu, cosa faranno gli altri?
E così continuo a lavorare. Anche il direttore dell’intera struttura di Rebibbia femminile lavora: sa di essere in pericolo. Lo sanno anche i vertici politici. Gli hanno assegnato una scorta. E sembra che tutto torni alla normalità. Era un mercoledì. Stavo svolgendo il mio turno pomeridiano. In ufficio squilla il telefono interno. E’ la vigilatrice del reparto “camerotti” che mi informa che un paio di detenute hanno qualcosa da dirmi. Ma in fretta e in tutta riservatezza.       Non ho problemi nel recarmi in sezione, dove erano rinchiuse le detenute. Io le conoscevo. Loro mi apprezzavano per la correttezza del mio comportamento e il rispetto che avevo nei loro confronti. Certo avevano sbagliato, e stavano scontando la loro pena. Ma questo per me era già sufficiente. Non era necessario aggiungere disprezzo e maleducazione nei loro confronti: io ero lo Stato per loro. E lo Stato deve agire per giustizia e non per vendetta.                                     
Mi reco nell’ufficio della sezione dove trovo due giovani detenute tutte impaurite e tremanti.
Queste le loro parole: ” Dottore’….stia attenta…stia attenta a quando torna a casa stasera.
 Si guardi le spalle”…..e poi “Noi non abbiamo detto niente, non sappiamo niente”…E se ne vanno.   Sono rimasta molto turbata da queste parole.                                                                      Arriva l’ora di tornare a casa. A casa mi aspettano tre bambini e il loro papà. E non voglio che la mia paura, anzi il mio terrore, incida per sempre nelle loro menti, rimanga scolpito nei loro cuori. Sono bambini… hanno il diritto di vivere sereni e spensierati. Non voglio coinvolgere altre persone. Non voglio chiedere aiuto.
Ricordo ancora la mia mano tremante nel metter in moto la macchina (una fiat 128 di colore verde, successivamente rottamata per motivi di sicurezza). Esco dalla porta carraia del carcere. Il poliziotto di guardia mi fa il saluto. Ok. Finora tutto bene. Percorro la strada semibuia. Sono le nove di sera e siamo in inverno. Da via Bartolo Longo arrivo in via Casal dei Pazzi (in quel tempo era aperta campagna e non c’erano abitazioni né negozi). In lontananza dallo specchietto retrovisore vedo dei fari di una macchina. Sarà qualcuno che mi segue?  Io accelero, la macchina accelera. Rallento, la macchina rallenta. Però non sono ancora sicura che segua me. Mi trovo, col cuore in gola, sulla via Nomentana.

Giro a sinistra e subito dopo a destra e imbocco una strada in divieto di accesso. Se non ce l’ha con me, andrà dritto, penso. Ma la macchina mi tallona...Mi trovo in piazza Sempione, dove c’è una pizzeria aperta con un paio di persone dentro. Ho l’istinto di fermarmi e chiedere aiuto. Fermo la macchina a spina davanti al negozio, scendo di corsa e …compro della pizza……Nel frattempo anche la macchina che mi tallonava si ferma. Scende un ragazzo sui 25 anni, alto, robusto, che mi è venuto vicino, fissandomi negli occhi e con le mani in tasca come se tenesse una pistola, pronta ad essere usata… pago la pizza e corro alla macchina. Il semaforo è verde. Supero l’incrocio...sono riuscita a seminarlo, penso.
A quell’epoca abitavo in zona Nomentana, in un palazzo dotato di posto macchina all’interno del cortile condominiale.  La mia speranza era di trovare il cancello aperto e di infilarmi di corsa nel cortile. Speranza fallita...il cancello era chiuso e io non avevo il tempo di scendere e per aprirlo. Vedo la luce dei fari in lontananza. Non posso far altro che spegnere il motore, abbassarmi sui sedili e far finta che la macchina fosse posteggiata accanto ad altre macchine.   
In quel momento ho creduto che la mia vita fosse finita. L’avevo scampata fino ad allora ...e ora era finita. Dopo qualche secondo vedo i fari che mi passano accanto. Trattengo il fiato e chiudo gli occhi...passano, mi oltrepassano le luci. Capisco che la macchina mi ha appena oltrepassato. Con tutto il coraggio che mi è rimasto, scendo dalla macchina, apro il cancello, posteggio la macchina e salgo di corsa le scale per arrivare a casa. Apro la porta e vedo la mia famiglia, la mia bella famiglia che mi corre incontro. I bambini mi baciano e mi domandano: “com’è andato il tuo lavoro mamma?”   Bene, tutto bene, ho risposto.
E da quel momento sono stata posta dall’ufficio, in aspettativa per motivi di sicurezza. Costantemente in contatto con la Digos per monitorare eventuali anomalie nelle telefonate o nelle visite.                                                                                                                                                            Mi è stata proposta la scorta…ma io l’ho rifiutata. Avrei messo in pericolo i miei. Ho chiesto invece di trasferirmi al Ministero, dove sarei stata un dirigente in mezzo a tanti altri, favorita dall’anonimato.
L’anno successivo sono passata al settore minorile, dove sono stata fino al dicembre del 2006. Qui ho rivestito incarichi di prestigio e responsabilità. Mi sono dedicata con passione alla formazione del personale penitenziario (educatori, psicologi, agenti di polizia penitenziaria). Ho visitato strutture penali e tribunali minorili, per il loro necessario adeguamento alla normativa. Ho organizzato convegni, seminari di studio, master, collaborando con numerose università. Ho pubblicato dei testi con lo scopo di una migliore conoscenza del settore minorile.
Mi è rimasto nel cuore tutto questo: per me non è stato solo un lavoro. Essere sopravvissuta agli anni di piombo ha dato una qualità diversa alla mia vita, alla mia famiglia, alle mie amicizie. Ogni piccola attività è come se fosse un miracolo. Tutto acquista un valore diverso e un senso più profondo.      
 E tutto acquista senso se ciò che ho vissuto io non finisce in me. Le persone, ma anche le cose rimangono vive, fino a quando qualcuno se ne ricorda. E’ l’importanza della memoria. Ricordare per non dimenticare.
Ritrovare il coraggio, la dignità e la fierezza. Voglio concludere con una frase di Paolo Borsellino: “chi ha paura di morire, muore tante volte, chi non ha paura di morire, muore una volta sola.”
                                                             

Rosa Parks


Salve a tutti, vi voglio presentare una donna che mi ha incuriosito per il gesto di cui adesso vi parlero’. Rosa Parks era una  donna di colore, un colore, quello nero, che negli Stati Uniti degli anni ’50 dava fastidio. Lei fece un gesto di tacita protesta. Era la sera del primo dicembre del 1955, quando, a Montgomery, Rosa Parks, tornando a casa dal lavoro, salì sull’autobus che era solita prendere. Ma quella sera non c’erano posti liberi tra quelli riservati ai neri e così andò a sedersi in  un sedile libero tra quelli comuni che potevano essere occupati sia da neri che da bianchi, nel caso tutti fossero già occupati. 
Ma dopo qualche fermata montò sul pullman un uomo bianco al quale, secondo la fatidica legge in vigore, Rosa avrebbe dovuto lasciare il posto. Rosa educatamente si rifiuto’. L’autista chiamò allora la polizia e lei venne arrestata con l’accusa di “condotta impropria”. La sera stessa fu liberata grazie a una cauzione pagata da un avvocato bianco antirazzista.

Figlia di James Parks e Leona McCauley, nacque a Tuskegee, Alabama, il 4 febbraio 1913.
Di religione protestante, nel 1932 Rosa sposò Raymond Parks e si diede all’umile lavoro si sarta in un grande magazzino di Montgomery, in Alabama.
Dal 1943 cominciò a far parte del Movimento per i diritti civili statunitensi e diventò segretaria della sezione di Montgomery della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP). Intorno al 1955 – nello stesso periodo in cui Martin Luther King lottava per far valere i diritti dei neri – iniziò a frequentare un centro educativo per i diritti dei lavoratori e l'uguaglianza razziale, la Highlander Folk School.
Rosa Parks morì per cause naturali a Detroit il 24 ottobre 2005, all’eta’ di 92 anni.     

Rita Levi Montalcini


Io, Rita Levi-Montalcini sono stata una neurologa, accademica e senatrice a vita italiana. Ho vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1986.
Negli anni cinquanta, grazie alle mie numerose ricerche, scoprii ed identificai il fattore di accrescimento della fibra nervosa, noto come NGF; per tale scoperta mi hanno dato nel 1986 il premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, sono stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia accademia delle scienze.
Il 1º agosto 2001 sono stata nominata senatrice a vita "per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale". Sono inoltre stata socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe di scienze fisiche.
Sono nata in una famiglia ebrea, figlia di Adamo Levi, ingegnere elettrotecnico e matematico  e della pittrice Adele Montalcini. Sono la sorella di Gino, scultore e architetto noto negli anni trenta, di Anna. Sono nata insieme alla mia gemella Paola, nota pittrice.

I miei genitori, molto colti, hanno instillato in tutti i figli il proprio apprezzamento per la ricerca intellettuale. Ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza in un ambiente sereno, anche se dominato da una concezione vittoriana dei rapporti con i genitori e dei ruoli femminili e maschili e dalla forte personalità di mio padre, convinto che una carriera professionale avrebbe interferito con i doveri di una moglie e di una madre. Tuttavia, nonostante l'opinione di mio padre, nell'autunno del 1930, ho deciso di studiare medicina all'Università di Torino; la scelta di medicina fu determinata dal fatto che in quell'anno si ammalò e morì di cancro la mia amata governante Giovanna Bruatto.
All'età di 21 anni entrai nella scuola medica dell'istologo Giuseppe Levi, dove cominciai gli studi sul sistema nervoso che ho poi proseguito per tutta la vita. Ho avuto come compagni universitari due futuri premi Nobel, Salvador Luria e Renato Dulbecco.
Nel 1936 il rettore dell'Università di Torino, Silvio Pivano, mi conferì la laurea in Medicina e Chirurgia con 110 e lode; successivamente mi specializzai in neurologia e psichiatria, ancora incerta se dedicarmi completamente alla professione medica o portare avanti le ricerche in neurologia.
In seguito alle leggi razziali del 1938, in quanto ebrea sefardita, fui costretta a emigrare in Belgio con Giuseppe Levi, sebbene stessi ancora terminando gli studi specialistici di psichiatria e neurologia. Sino all'invasione tedesca del Belgio (primavera del 1940), fui ospite dell'istituto di neurologia dell'Università di Bruxelles dove continuai gli studi sul differenziamento del sistema nervoso.
Poco prima dell'invasione del Belgio, tornai a Torino dove, durante l'inverno del 1940, allestii un laboratorio domestico situato nella mia camera da letto per proseguire le ricerche, ispirate da un articolo di Viktor Hamburger del 1934 che riferiva sugli effetti dell'estirpazione degli arti negli embrioni di pulcini. Il suo progetto era appena partito quando Giuseppe Levi, scappato dal Belgio invaso dai nazisti, ritornò a Torino e si unì a me, diventando così il mio primo e unico assistente.
In quel laboratorio scoprii il meccanismo della morte di intere popolazioni nervose nelle fasi iniziali del loro sviluppo.
Il pesante bombardamento di Torino a opera delle forze aeree angloamericane nel 1941 rese indispensabile abbandonare la città e mi rifugiai nelle campagne di un paese dell'Astigiano, dove ricostruii il mio mini laboratorio e ripresi gli esperimenti.
Nel 1943 l'invasione dell'Italia da parte delle forze armate tedesche ci costrinse ad abbandonare il nostro rifugio, divenuto ormai troppo pericoloso. L'8 settembre del 1943, mio fratello Gino si sposò e decise di portare nel sud Italia tutta la famiglia: mamma, sua moglie e noi sorelle. Iniziammo quindi un pericoloso viaggio che si concluse a Firenze, ospiti della famiglia Lurini la cui figlia, la pittrice Marisa Mori, era amica della mia gemella Paola.
Tutti noi sopravvivemmo all'Olocausto restando nascosti a Firenze, divisi in vari alloggi, sino alla liberazione della città, cambiando spesso abitazione per non incorrere nelle deportazioni. Una volta venimmo salvati da una domestica, che ci fece scappare appena in tempo. Nel periodo dell'occupazione nazista, a Firenze, entrai in contatto con le forze partigiane del Partito d'Azione.
Nell'agosto del 1944 gli Alleati costrinsero i tedeschi a lasciare Firenze. Io divenni allora medico presso il quartier generale anglo-americano e venni assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia, trattando le epidemie di malattie infettive e di tifo addominale. Qui mi accorsi però che quel lavoro non mi piaceva in quanto ero troppo coinvolta nella sofferenza dei pazienti.
Nel 1945, terminata la guerra, tornai con la famiglia a Torino dove ripresi gli studi accademici e allestii un laboratorio di fortuna casalingo in una collina vicino ad Asti. Con il maestro Giuseppe Levi iniziai a fare ricerca negli embrioni di pollo attraverso i quali approfondii le ricerche sulle correlazioni nello sviluppo tra le varie parti del sistema nervoso, giungendo a diversi risultati pubblicati su importanti riviste scientifiche internazionali.