Buongiorno
ragazzi…mi voglio presentare. Io
sono la nonna di Mattia e tutto avrei immaginato, tranne che di comparire in
questo scritto come un “UNA DONNA FAMOSA”.
Quando Mattia mi
ha detto che ci sarebbe stata un compito su un personaggio famoso, la mia mente
è andata subito alla ricerca di scienziati, poeti, premi nobel per la pace, condottieri,
narratori, pittori, scultori...testimoni autentici che hanno incarnato con la
loro vita e con le loro azioni, l’ ideale di dignità, fierezza e libertà.
E così, eccomi a raccontare un pezzo di storia
vissuto integralmente.
Mi chiamo
Annamaria. Sono nata ad agosto del 1947, in un piccolo ma grazioso paese delle
colline laziali. La mia mamma ha
rischiato di morire nel mettermi al mondo (allora si partoriva in casa e i
rischi erano molto alti). Lei, di
estrazione medio- borghese, vissuta nel modenese, con un’alta formazione
culturale, sposa giovanissima, a vent’anni, con quello che sarà il mio papà.
Giovane, di qualche anno più di lei, appena laureato e al suo primo lavoro.
Uomo onesto e molto legato alla sua famiglia, per la quale ha affrontato molti
sacrifici. Staranno insieme tutta la vita. Una vita fatta di gioie e di sofferenze.
Insieme affrontano privazioni, malattie, rischi dovuti alle vicende belliche (II
guerra. Hanno una grande forza che li unisce: la fede e l’attenzione verso il prossimo. Quegli stessi valori hanno ispirato tutta la mia vita.
Sono cresciuta
in quella famiglia, dove il rispetto reciproco era di casa. E non solo per noi,
ma per tutti quelli che bussavano alla porta. Ho un fratello maggiore, che ancora oggi “si
prende cura di me” e io reciprocamente di lui. Non esiste la frase “questo è
mio”, ancora proviamo gioia, nella condivisione.
Ecco, con questi
valori, la piccola Annamaria cresce. È una bimba serena, obbediente, vispa,
attratta da mille curiosità. Durante la sua giovinezza il suo dovere era quello
di portare buoni voti a scuola e di aiutare gli altri.
Frequenta la
parrocchia. Comincia a fare volontariato aiutando, con qualche ripetizione, i
bimbi delle famiglie più povere del quartiere. Annamaria
vuole capire: si domanda cosa spinge l’essere umano ad abbandonare la strada
della legalità, della giustizia, della verità. L’essere umano: miracolo della scienza per la
sua perfezione. E allora si domanda: cosa scatena la follia di un gesto inumano?
Le sue
curiosità, la voglia di conoscere, di approfondire la portano, dopo il liceo
classico, ad iscriversi alla facoltà di giurisprudenza. I diritti e i doveri, le regole
del vivere sociale e civile, le norme, i comportamenti illeciti, le sanzioni,
diventano per lei una continua scoperta. Sente
però, particolare attrazione per il diritto penale. Li c’è in gioco un
comportamento lesivo non solo dei beni degli altri, ma soprattutto della vita.
Si laurea nell’
ottobre del 1970 con il massimo dei voti. Durante il corso di laurea ha
scoperto una branca del sapere che l’ha particolarmente appassionata: la
psicologia giuridica, scienza che studia proprio quei comportamenti contro legge,
che cercano delle spiegazioni nella psiche umana.
Che cosa
determina un comportamento violento? Chi lo mette in atto è sempre consapevole
di quello che fa? E se non lo è, le sue azioni sono più lievi o più gravi?
Alcune teorie del secolo scorso affermavano che esiste la categoria del
“delinquente nato”. Cioè, una persona, con tratti somatici specifici e particolari, è quasi
sicuro che delinquerà. Altre teorie attribuivano la causa del delinquere alla società o allo
stato psicologico del soggetto.
E poi...è giusto
che lo Stato infligga la pena solo restrittiva/retributiva (hai sbagliato e
perciò paghi), oppure deve tener conto anche di una pena rieducativa?
Tutto queste
domande hanno portato Annamaria a frequentare un corso biennale, dopo la
laurea, di perfezionamento in criminologia, sempre più convinta dell’importanza
del libero arbitrio e della funzione rieducativa della pena.
Vince il
concorso per vice - direttore degli istituti di prevenzione e di pena. (é il
primo concorso al quale hanno potuto partecipare le donne in misura
notevole…fino ad allora il concorso era riservato ai soli uomini ).
Quale è il
contesto storico nel quale si muove Annamaria?
Erano già
cominciate le prime occupazioni e rivendicazioni da parte di studenti
universitari, sia in Europa che in Italia. Siamo nell’anno 1968. Milano e Roma
furono al centro di tali manifestazioni.
Di fronte uomini politici di poco spessore che non furono in grado di
contenere l’insoddisfazione e la rabbia della gente. Prima
cominciarono gli studenti, chiedendo una politica più aderente ai diritti civili
e sociali delle minoranze (e anche le donne erano tra queste). Si contestavano
l’autorità della famiglia e della scuola, l’esistenza delle carceri, l’obbligo
del servizio militare. Poi la protesta si estese anche agli operai: dieci anni di lotte e di
occupazioni per rivendicare migliori condizioni di lavoro e un salario più
equo.
Tutto questo
movimento, pur legittimo nelle aspettative e nelle rivendicazioni pacifiche,
portò però alla lotta armata contro lo Stato e contro i “suoi fedeli servitori”
da parte di bande armate di varia matrice politica.
Cominciano gli
“anni di piombo”, cioè quel periodo storico, circa un ventennio, durante il
quale, rappresentanti di varie categorie, magistrati, carabinieri, poliziotti,
giornalisti, ma anche semplici cittadini, furono oggetto di attentati, assalti,
e stragi.
E’ la strategia
del Terrore. E’ l’assalto al potere. E’ la lotta armata contro lo Stato.
Lo scopo: creare
instabilità nelle istituzioni e terrorizzare i cittadini.
Diffondere panico e giustificare misure d’emergenza.
Eclatante fu il
rapimento dell’onorevole Aldo Moro, segretario politico della Democrazia
Cristiana, avvenuto il 16 marzo 1978 da parte delle brigate rosse, e conclusosi
il 9 maggio 1978 con la sua uccisione.
In questo
nascente clima di tensione, la giovane vice direttrice, in servizio a Rebibbia
femminile, venne assegnata alla sezione ”camerotti”, dove erano ospitate 250
detenute in attesa di giudizio. Responsabili
di vari reati, dal furto alla rapina, dalla truffa allo spaccio di sostanze
stupefacenti, dall’omicidio al sequestro di persona.
Alcune detenute
erano di matrice politica, per aver partecipato ad attentati o stragi. Erano rinchiuse in una apposita sezione, dove
vigeva “la massima sicurezza”: erano sottoposte ad un regime speciale, in
isolamento, e cioè non ricevevano telefonate, né visite. Non potevano ricevere
pacchi e l’ora d’aria era limitata. Non potevano socializzare né parlare tra di
loro.
Questo era la conseguenza di disposizioni speciali, data la pericolosità
delle detenute.
Gli attentati,
in questo clima di terrore e di paura, cominciano ad interessare il settore
penitenziario.
Il 14 febbraio
1978 , il magistrato Riccardo Palma, direttore dell’ edilizia penitenziaria,muore
per opera delle brigate rosse.
Così, Il 10 ottobre 1978, il magistrato Girolamo Tartaglione, direttore
generale degli Affari penali. Il 18 marzo 1980 il magistrato Girolamo
Minervini, muore colpito dalle brigate rosse. Era vice direttore generale degli
istituti penitenziari, mio diretto superiore. Persona competente, onesta,
umana. Muore sull’autobus che lo portava al lavoro, perché aveva rifiutato la
scorta per non mettere a rischio altre persone.
Sono stata particolarmente colpita dalla sua morte, ho partecipato ai
suoi funerali di stato; ho fatto parte del picchetto d’onore. …E mi è rimasta
la strana sensazione, come se ti avessero portato via un pezzo di te. Un ramo
di un albero. Un’ala di un uccello. La sensazione di un vuoto…incolmabile.
Mai in quel
momento, avrei immaginato quanto stava ancora per accadere. Il
7 dicembre 1982 viene ferita con due colpi di pistola alla testa, la dottoressa
Giuseppina Galfo. Presta servizio a Rebibbia femminile. Persona equilibrata e
competente. Spetta a lei decidere se il regime carcerario è troppo duro per
ciascuna detenuta. Se il regime di massima sicurezza è compatibile con il tipo
di pena oppure è necessario il ricovero nell’ infermeria dell’istituto, dove la
detenzione è più sopportabile. Non si
lascia corrompere, non si lascia comprare. È onesta e temeraria. Si salverà
dall’attentato e tornerà a lavorare in carcere con la stessa passione di prima.
Il 28 gennaio
1983 la vigilatrice Germana Stefanini viene rapita e uccisa. E’ addetta al
controllo dei pacchi. Fa il suo lavoro con precisione. Rimanda indietro quello
che non è permesso far entrare. Scrupolosa e attenta. Ho partecipato ai suoi
funerali di stato, con profondo dolore.
Intanto si è
appreso di un attentato incendiario presso l’abitazione della educatrice di Rebibbia
femminile. Fortunatamente era in ferie
con la famiglia. E’ andata distrutta la casa.
E ora, dopo il
medico, il personale educativo, il personale di vigilanza…ora è il turno del
personale direttivo.
E qui torna di nuovo Annamaria. La giovane direttrice del reparto di
massima sicurezza.
In quei momenti mi sentivo come un forte peso sul cuore. La paura
dell’incerto offuscava la mente. E’ una sensazione strana: è come se avessi il
tuo corpo da una parte e la tua mente da un’altra. C’era tanta incertezza…ma
bisognava andare avanti. Non potevi lasciarti soffocare. Hai il tuo lavoro
da portare avanti…gli altri si aspettano da te forza, coraggio, equilibrio… Se molli tu, cosa
faranno gli altri?
E così continuo a lavorare. Anche il direttore dell’intera
struttura di Rebibbia femminile lavora: sa di essere in pericolo. Lo sanno
anche i vertici politici. Gli hanno assegnato una scorta. E sembra che tutto torni alla normalità. Era un mercoledì. Stavo
svolgendo il mio turno pomeridiano. In ufficio squilla il telefono interno. E’ la
vigilatrice del reparto “camerotti” che mi informa che un paio di detenute
hanno qualcosa da dirmi. Ma in fretta e in tutta riservatezza. Non
ho problemi nel recarmi in sezione, dove erano rinchiuse le detenute. Io le
conoscevo. Loro mi apprezzavano per la correttezza del mio comportamento e il
rispetto che avevo nei loro confronti. Certo avevano sbagliato, e stavano
scontando la loro pena. Ma questo per me era già sufficiente. Non era
necessario aggiungere disprezzo e maleducazione nei loro confronti: io ero lo
Stato per loro. E lo Stato deve agire per giustizia e non per vendetta.
Mi reco nell’ufficio della sezione dove
trovo due giovani detenute tutte impaurite e tremanti.
Queste le loro parole: ” Dottore’….stia
attenta…stia attenta a quando torna a casa stasera.
Si guardi le spalle”…..e poi “Noi non abbiamo
detto niente, non sappiamo niente”…E se ne
vanno. Sono rimasta molto turbata da
queste parole.
Arriva l’ora di tornare a casa. A casa mi aspettano tre bambini e il
loro papà. E non voglio che la mia paura, anzi il mio terrore, incida per
sempre nelle loro menti, rimanga scolpito nei loro cuori. Sono bambini… hanno
il diritto di vivere sereni e spensierati. Non
voglio coinvolgere altre persone. Non voglio chiedere aiuto.
Ricordo ancora la mia mano tremante nel
metter in moto la macchina (una fiat 128 di colore verde, successivamente rottamata
per motivi di sicurezza). Esco dalla porta carraia del carcere. Il poliziotto
di guardia mi fa il saluto. Ok. Finora tutto bene. Percorro la strada semibuia.
Sono le nove di sera e siamo in inverno. Da via Bartolo Longo arrivo in via
Casal dei Pazzi (in quel tempo era aperta campagna e non c’erano abitazioni né
negozi). In lontananza dallo specchietto retrovisore vedo dei fari di una
macchina. Sarà qualcuno che mi segue? Io
accelero, la macchina accelera. Rallento, la macchina rallenta. Però non sono ancora sicura che segua me. Mi trovo, col cuore in gola,
sulla via Nomentana.
Giro a sinistra e subito dopo a destra e
imbocco una strada in divieto di accesso. Se non ce l’ha con me, andrà dritto,
penso. Ma la macchina mi tallona...Mi trovo in piazza Sempione, dove c’è una
pizzeria aperta con un paio di persone dentro. Ho l’istinto di fermarmi e
chiedere aiuto. Fermo la macchina a spina davanti al negozio, scendo di corsa e
…compro della pizza……Nel frattempo anche la macchina che mi tallonava si ferma.
Scende un ragazzo sui 25 anni, alto, robusto, che mi è venuto vicino,
fissandomi negli occhi e con le mani in tasca come se tenesse una pistola,
pronta ad essere usata… pago la pizza e corro alla macchina. Il semaforo è
verde. Supero l’incrocio...sono riuscita a seminarlo, penso.
A quell’epoca abitavo in zona Nomentana,
in un palazzo dotato di posto macchina all’interno del cortile condominiale. La mia speranza era di trovare il cancello
aperto e di infilarmi di corsa nel cortile. Speranza fallita...il cancello era
chiuso e io non avevo il tempo di scendere e per aprirlo. Vedo la luce dei fari
in lontananza. Non posso far altro che spegnere il motore, abbassarmi sui
sedili e far finta che la macchina fosse posteggiata accanto ad altre macchine.
In quel momento ho creduto che la mia
vita fosse finita. L’avevo scampata fino ad allora ...e ora era finita. Dopo
qualche secondo vedo i fari che mi passano accanto. Trattengo il fiato e chiudo
gli occhi...passano, mi oltrepassano le luci. Capisco che la macchina mi ha
appena oltrepassato. Con tutto il coraggio che mi è rimasto, scendo dalla
macchina, apro il cancello, posteggio la macchina e salgo di corsa le scale per
arrivare a casa. Apro la porta e vedo la mia famiglia, la mia bella famiglia
che mi corre incontro. I bambini mi baciano e mi domandano: “com’è andato il
tuo lavoro mamma?” Bene, tutto bene, ho
risposto.
E da quel momento sono stata posta
dall’ufficio, in aspettativa per motivi di sicurezza. Costantemente in contatto
con la Digos per monitorare eventuali anomalie nelle telefonate o nelle visite.
Mi
è stata proposta la scorta…ma io l’ho rifiutata. Avrei messo in pericolo i miei. Ho chiesto invece di trasferirmi al Ministero,
dove sarei stata un dirigente in mezzo a tanti altri, favorita dall’anonimato.
L’anno successivo sono passata al
settore minorile, dove sono stata fino al dicembre del 2006. Qui ho rivestito incarichi di
prestigio e responsabilità. Mi sono dedicata con passione alla formazione del
personale penitenziario (educatori, psicologi, agenti di polizia
penitenziaria). Ho visitato strutture penali e tribunali minorili, per il loro
necessario adeguamento alla normativa. Ho organizzato convegni, seminari di
studio, master, collaborando con numerose università. Ho pubblicato dei testi
con lo scopo di una migliore conoscenza del settore minorile.
Mi è rimasto nel cuore tutto questo: per
me non è stato solo un lavoro. Essere sopravvissuta agli anni di piombo ha dato
una qualità diversa alla mia vita, alla mia famiglia, alle mie amicizie. Ogni
piccola attività è come se fosse un miracolo. Tutto acquista un valore diverso
e un senso più profondo.
E tutto acquista senso se ciò che ho
vissuto io non finisce in me. Le persone, ma anche le cose rimangono vive, fino
a quando qualcuno se ne ricorda. E’ l’importanza della memoria. Ricordare per
non dimenticare.
Ritrovare il coraggio, la dignità e la
fierezza. Voglio
concludere con una frase di Paolo Borsellino: “chi ha paura di morire, muore
tante volte, chi non ha paura di morire, muore una volta sola.”
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