STORIA ANNAMARIA STILI
La
cosa più difficile è stata essere creduta. Io non avevo prove, non avevo
testimoni, non avevo lividi. Una donna che subisce violenza ha sempre un occhio
nero, io non avevo neppure un'unghia spezzata. Perché la mia violenza era fatta
di pugni sferrati con gli sguardi, di calci dati con le parole, di schiaffi
assestati con le assenze, i silenzi e i rifiuti. Era una violenza morale,
psicologica. Di quelle che non lasciano segni esteriori, anche se dentro la tua
anima è tumefatta e tu sei peggio di una che agonizza nella sua pozza di
solitudine. Alberto era il ragazzo più affascinante della comitiva
all'università, corteggiato da tutte le mie amiche. A me, invece, non
interessava, o forse avevo visto giusto. Anni dopo l'ho incontrato a una cena
di lavoro, uscivo da una grossa delusione d'amore, e lui ha cominciato a farmi
il filo in modo insistente.
Credo
di essermi lasciata conquistare più dal suo successo, dalla facciata, che da un
reale innamoramento. Nell'intimità, non provavo quel coinvolgimento fisico e
sentimentale che dovrebbe essere il segnale e la base di un amore, di una
relazione sana e profonda. Alberto era distante, frettoloso, dispotico. Però
poi, in pubblico, declamava il suo amore per me e mi riempiva di attenzioni e
regali, facendomi sentire invidiata da tutte. Nel giro di pochissimo tempo
siamo andati a vivere insieme, e lui, subdolamente, ha cominciato ad avvolgermi
in una sottile tela di ragno.
IO ERO UN INSETTO PARALIZZATO E DIFENDEVO IL RAGNO DANZANTE CHE MI AVEVA
IPNOTIZZATA E PRENDEVA PER SÉ TUTTA L'ATTENZIONE, LASCIANDOMI SVUOTATA.
Il
primo filo con cui mi ha intrappolata è stato quello dell'insicurezza fisica.
Quando la mattina uscivo per andare al lavoro, Alberto mi lanciava un'occhiata
di disgusto, oppure mi strizzava il braccio: stava zitto ma era come se
dicesse: «Hai la cellulite anche sulle braccia». Dopo un'ora di preparativi,
una sua sola occhiata riusciva a farmi sentire a disagio, disordinata. Una
delle mie colleghe, Sabrina, mi fece notare che da quando stavo con lui non
sorridevo più e che avevo perso smalto e intraprendenza in ufficio. Me la presi
molto e troncai ogni rapporto con lei, non ammettevo che qualcuno criticasse
Alberto, pensavo fosse solo invidia. Invece aveva ragione, e forse mi stava
solo tendendo una mano: io ero un insetto paralizzato e difendevo il ragno
danzante che mi aveva ipnotizzata e prendeva per sé tutta l'attenzione,
lasciandomi svuotata.
Iniziando
dai miei punti deboli, Alberto era riuscito a minare lentamente anche le mie
certezze. Non mi guardavo più allo specchio, per strada tenevo gli occhi bassi
evitando di incrociare altri sguardi, avevo paura che tutti vedessero le mie
braccia grassocce, ed entravo in confusione persino se qualcuno mi chiedeva
un'indicazione stradale. In ufficio cercavo di farmi notare il meno possibile,
declinavo gli inviti delle amiche e avevo rinunciato anche all'ora di pilates.
Non facevo più nulla che non fosse per lui. Finito il lavoro, correvo a casa a
preparare la cena o a stirare la sua tuta da calcetto, terrorizzata dalle sue
minacce ogni qualvolta mancava qualcosa. Ma qualsiasi cosa facessi, era
sbagliata. Una sera, rientrando dalla partita mi aveva lanciato la sacca
ordinandomi di caricare la lavatrice. Ma la sacca non era stata nemmeno aperta,
non si era accorto che dentro mancavano gli scarpini e la divisa: avevo
dimenticato di metterli ed avevo passato la serata immaginando terrorizzata la
sua reazione. Caricai la lavatrice ridendo silenziosamente. Il giorno dopo
andai da Sabrina e glielo raccontai, lei mi abbracciò felice. Ebbe inizio così
la nostra amicizia, una preziosa sorellanza che mi ha salvata. Dopo qualche
giorno, accorgendosi che sorridevo, mi guardavo allo specchio e non ascoltavo
più le sue critiche, Alberto iniziò a essere più violento, e una mattina,
invece di stringermi il braccio mi afferrò per il collo. Quel giorno trovai il
coraggio di andare dai carabinieri. «Ma l'ha minacciata di morte o no?», mi
chiese il maresciallo da cui mi aveva accompagnata Sabrina. «Non ha parlato, ma
il suo sguardo era eloquente», risposi. «Signorina, qui non facciamo processi
alle intenzioni», mi azzittì, facendomi sentire una visionaria matta. «Almeno
ce l'ha un referto del Pronto soccorso.
No,
non ce l'ho, ancora non hanno inventato la Tac per le minacce. Arrivederci
maresciallo, vado con Sabrina e con tutte le altre donne che sanno di cosa sto
parlando, e se qualcuna di voi ha bisogno del nostro aiuto venga pure a
cercarci nei centri antiviolenza, nell'attesa che anche le istituzioni prendano
coscienza di cosa sia e come funzioni davvero la violenza domestica. Le parole
possono uccidere. Per fortuna io l'ho capito in tempo. L'ho scampata e ora lo
grido al mondo. Mi guardo allo specchio e vorrei urlare: «Sono viva. Posso
guardarmi, esisto!». Annamaria Stili oggi ha 45 anni, vive con il marito
Michele a Catania, con due figli di 14 e 10 anni e fa l'attrice. Ma quel giorno
del 1993 poteva essere l'ultimo della sua vita.
Realizzato da Asia R.

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