mercoledì 13 febbraio 2019

Lidia Vivoli


Eccolo lì, Isidoro, un uomo solare, gentile, galante; ero insieme a lui da mesi ormai. Il classico uomo pronto ad ogni cosa, pronto ad accompagnarmi in aeroporto alle cinque del mattino (poiché lavoro come hostess), a regalarmi un mazzo di fiori ogni giorno; Pensavo proprio di aver trovato l’uomo giusto per ricominciare a vivere… Era troppo presto per dirlo. Quella che io credevo fosse premura nei miei confronti, si era come tramutata in controllo e quello che io definivo amore, gelosia ossessiva. Ora che ci ripenso, ho sottovalutato molti elementi che potevano farmi capire chi avevo veramente davanti: anche il controllo sul cellulare; La prima volta che chiese di vederlo, io pensavo scherzasse, poiché era sempre alla portata di tutti, e, d'altronde, non ce n’era motivo. Fu quella la prima volta che mi picchiò. Questo non fu l’unico atto di violenza che subii da parte sua; fu solo il primo che si ripeté in altre circostanze. La mia colpa? Quella di perdonare SEMPRE. Dopo tanto, decisi però di lasciarlo, e quindi glielo comunicai.
-25/06/2012-
Appuntamento in chiesa; lui mi promise amore eterno, giurando, invano, di non alzare più le mani su di me, e di non essere ,di conseguenza, più geloso. Con il senno del poi, io so che lui aveva premeditato quello che sarebbe successo in seguito, ma avrei voluto saperlo già allora, altrimenti non riesco a giustificare come lui possa aver reagito così dopo quella splendida giornata.
ORE: 01.45
Sono nel mio letto, quando mio marito si alza dicendomi che necessitava di andare in bagno. Sentii i suoi passi venire verso il letto, ma non sentii lui coricarsi: era tornato armato, con una padella in ghisa, e mi colpì più e più volte sulla testa; io mi alzai stordita e incredula: non potevo e non riuscivo a credere che fosse proprio lui, fin quando non lo guardai negli occhi; fu quello l’istante in cui , dopo essermi alzata in piedi, lo vidi estrarre le forbici per conficcarle nella mia schiena. Tentai di fuggire da lui provando ad infilarmi sotto il letto; tentativo inutile: lui mi prese per i capelli, trascinandomi sopra il mio sangue al centro della stanza; capii che la sua intenzione era quella di uccidermi. Inaudita fu la furia con la quale tentò di aprirmi la gola a mani nude, ma ormai non provavo più dolore. Di uscire non se ne parlava assolutamente: aveva sigillato le finestre e bloccato la porta. Era lì, che mi fissava ed io incapace di qualsiasi movimento. Cercai allora di dissuaderlo. La mia unica arma era infatti la parola. Ricordo ancora che lui desiderava tornare a casa, ma a fermarlo era la paura di essere denunciato; così promisi di non farlo, fingendo di stare bene e sforzandomi di dire che quelli che mi aveva procurato, erano solo graffi superficiali. Lui incredibilmente, decise di andarsene. Riuscii a chiamare il pronto soccorso. Sono scolpite nella mia mente le parole della dottoressa: ”Probabilmente non ce la farai, sei in condizioni gravissime, dì adesso chi è stato”. Raccontai tutto quello che ricordavo.
Lui ottenne quattordici mesi di domiciliari, dai quali evadeva quotidianamente per perseguitarmi. Terminati i domiciliari, Si ritrovò al processo, dove riuscì ad avere solo 4 anni per tentato omicidio e sei mesi per sequestro, dato che Patteggiò. Furono molte le minacce che ricevetti da parte sua e la più frequente è stata quella di uccidermi e di finire ciò che ha iniziato.                                                                                                                            Cosa provo ora io? Paura, paura e timore di non poter più essere libera di uscire fuori casa, paura di non poter più avere la libertà di parola contro di lui, paura di poter incrociare il suo sguardo per strada e rivivere il momento di terrore di quella notte.




Realizzato da Elisa A.

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